martedì 25 novembre 2014

Al di la dell'oceano capitolo 2



CAPITOLO 2

Da quelle poltrone e in quella sala non ci spostammo per ore persi in chiacchere e discorsi che portavano sempre a quanto assurdo fosse il caso, il fato su di noi.
Da quegli occhi e da quella voce non tornai piu indietro, persa senza via di ritorno e in conflitto con me stessa che stesse davvero accadendo.
Io gesticolavo con le mani da perfetta Italiana e parlavo parlavo e mi fermavo solo per prendere lunghi sospiri rendendomi conto solo allora che avevo monopolizzato un intero discorso, i suoi occhi brillavano rapiti e sorridente annuiva e rideva ad ogni singola battuta. Parlammo del mio libro, della leggenda nascosta dietro e del fatto che il destino avesse ancora una volta puntato il dito su di noi, I suoi genitori venivano esattamente da dove la mia leggenda iniziava e per ogni tassello che incastravamo le sue iridi si allargavano e facevano spazio a nuova luce.
Mi ero completamente accoccolata sulla poltrona, gambe piegate e ginocchia strette al petto, il corpo proteso verso il bracciolo, dove lui aveva adagiato il suo computer, mi stava mostrando il suo paese, il posto da dove veniva. Una cittadina a est di Seattle nello stato di WA dove pioveva spesso e nevicava anche peggio, ma dove le praterie erano cosi estese da vedere la terra formare la sua rotonda piega, un posto dove potevi cenare sulla cima di un grattacielo e osservare cavalli selvaggi al trotto poche ore dopo. Non so se fosse la sua voce, il modo soave in cui lo raccontava i suoi modi cosi vecchio stile, cosi cavallereschi, la sua galanteria o se fosse quel luccichio negli occhi che mi rapiva in ogni sillaba  mi portava la con lui, in america in quella piccola cittadina a poche ore dal Canada.  Ero stata solo a Miami, ci avevo lavorato per qualche mese, gli amici che mi ero fatta e le esperienze vissute mi avevano salvato la vita e mi avevano riportato la voglia di fare qualcosa nella vita  e cosi da quel momento l’america per me era il luogo dove la mia seconda vita era iniziata; e ora per la seconda volta mi risucchiava, mi richiamava a lei come se fosse scritto nelle pagine della mia vita che in qualche modo le appartenevo.
Quando il mio stomaco brontolo rumorosamente ci spostammo verso uno dei bar ristoranti dell’aereoporto smettendo di parlare solo per ordinare, ancora una volta incredibilmente, la stessa cosa. Mi versò da bere ogni qual volta il mio bicchiere si vuotava, accennava ad alzarsi ogni volta che lo facevo io per cercare il sale o l’olio su qualche altro tavolo e poi mi precedeva in velocità e con grazia infinita. Le parole scorrevano semplici e con tale naturalezza che chi ci guardava sorrideva, dei bambini correvano tra i tavoli ed entrambi al loro passaggio accanto al tavolo fingemmo di prenderli, i ragazzini risero e i loro genitori ci salutarono. Lo osservavo, lo scrutavo e piu si scopriva li sotto ai miei occhi e più ne volevo, la sua voce, cosi profonda, il suo sorriso cosi garbato mi assorbivano completamente, in ogni singolo racconto io mi vedevo coinvolta e la mia mente mi disegnava già la in quei posti. Quell’uomo stava sgretolando ogni singola certezza che mi ero costruita negli ultimi mesi ma al tempo stesso alimentava quel piccolo focolare che si era nascosto sotto le braci per milleni, la proprio in fondo al mio animo, esattamente dove il respiro entrava a dar vita.
Il piccolo tavolino rotondo ci era stato sparecchiato da ore e rimanevano solamente i due bicchieri e il menu, con la coda dell’occhio notai i quattro camerieri tutti appoggiati al bancone ad osservarci e guardare l’orologio di tanto in tanto, gettai l’occhio anche io al cellulare ed erano le nove passate, l’orario di chiusura dei ristoranti era passato da un pezzo e guardandomi solo allora attorno notai tutte le luci spente, a far chiaro solo i tabelloni dei voli e i bar aperti 24 ore su 24 al piano sottostante, ma attorno a noi nessuno.
Presi la borsa e frugando afferrai  il portafoglio, guardando il menu feci due rapidi conti a mente e suggeri allora di alzarci e lasciare liberi i poveri camerieri, la sua mano si poso sulla mia bloccandomi nella seduta.
“prego, so ancora come si comporta un uomo” e cosi dicendo si diresse verso la cassa e pago per entrambi, io rimasi ad osservarlo tutto il tempo e facevo a botte con il mio io che dentro di me stava danzando a cuoricini e eros di cartapesta. Mentre tornava indietro una canzone parti e avevamo parlato poco prima dei nostri gusti musicali e questa stava nelle top ten, mi si affanco mentre mi alzavo e trovai alzando la testa il suo braccio offerto per camminare. Risi come una ragazzina e lo accettai posandovi solo il palmo.
“Miss Angel pronta per la nostra suite?” ridacchiava
“Certo Mister America faccia strada” e io lo seguivo come un ape al miele.
In tre ore seppi di lui che era appena stato in russia e che al ritorno si era fermato a londra per lavoro, aveva perso l’aereo e che la sua compagnia gli aveva procurato un volo il giorno dopo. Era un ingegnere di risorse energetiche naturali ma che la sua passione reale era la poesia e la scrittura, la musica e cucinare buon cibo, da perfetto americano il baseball e le passeggiate su roccia su e giu per le montagne, seppi che viaggiava spesso e che non era mai stato in italia per cui aveva voluto descrizioni dettagliate sui nostri cibi, le nostre usanze e aveva cercato risposte in quanto di vero gli avevano propinato in televisone sulla cucina italiana, ridemmo parecchio su questo punto.
Per un istante un solo istante dopo una sonora risata restammo senza parole a fissarci, a scrutarci occhi negli occhi e credo che nessuno avesse visto tanto in la.
“I tuoi occhi sorridono adesso, ore fa lo faceva il tuo viso ma non il tuo sguardo” e lascio di nuovo spazio al silenzio per scrutare ancora dentro di me.
Ma chi erà? Doveva aveva nascosto il mio libretto di istruzioni che probabilmente leggeva ad ogni parola che diceva? Qualcuno ha scritto che gli occhi sono la porta dell’anima, i miei erano lo specchio del cuore perché sorridevano e senza volerlo ammettere a me stessa questo yankee mi stava facendo uno strano effetto, quell’effetto che ti fa volare le farfalle nello stomaco.
Mi passai una mano nei capelli e nel mezzo di un sospiro ridacchiai a me stessa scuotento la testa da una parte all’altra, lui piegò di lato la sua chiedendo se stavo bene.
“Si solo un po stanca, e stavo valutando se unendo due di queste poltrone potrei quantomeno farne una branda”.
Alzò il suo solito sopracciglio e si guardò le gambe “buona idea per lei signorina Italy ma non per la mia altezza”.
Guardai tutta la sala ma in effetti le poltrone erano troppo piccole e i tavolini scomodi e non credo che la hostess alla reception ci avrebbe lasciato trasformare la sala in un dormitorio. Fra l’altro al nostro ritorno dalla cena la hostess era sparita e al suo posto c’era un armadio dalla pelle color dell’ebano che non accennava sorriso alcuno.
Lui si alzò e ripose il portatile nella 24 ore e dopo un lungo liberatorio sospiro si volto verso di me posandomi una mano sul braccio per riportarmi ai suoi occhi.
“Domani mi aspetta un viaggio lungo più di 12 ore e le mie lunghe gambe dovranno stare piegate per tutto quel tempo, necessito di un letto e di una doccia, se me lo permetti vorrei prenotare una stanza anche per te all’hotel fuori dall’aereporto”.
Oddio, la realtà mi schiantò a terra come la gravità con una mela che cade dal decimo piano. Possibile che ero stata tanto stupida e che quel gentile gigante avesse architettato tutto solo per una notte da ladri. Ma nemmeno io sapevo che avrei perso l’ereo e che proprio li avrei conosciuto Mister America di facebook, e cosi per istinto scossi la testa e dalla bocca mi uscì solo “no grazie proverò a dormire qui”.
Annui e infilata la giacca si accomodò di nuovo accanto a me, in silenzio prese un paio di poltrone e le dispose in fila, e a quel punto la guardia o l’uomo hostess ci guardava accigliato.
Lee distese le gambe e incrocio le braccia al petto distendendo la testa indietro.
“oh beh non è poi tanto male” disse con il fiato corto e con tutta l’aria di avere ogni singolo muscolo del corpo contratto.
“ma dico starai scherzando vero? Io ho solo tre ore di viaggio domani e le gambe tre metri piu corte ma tu non puoi dormire qui” no dai lo stava facendo davvero?
“Miss Italy lei crede che potrei lasciarmi sfuggire l’unica occasione che avro in vita di parlare con la mia coscienza ?” 
Rimasi senza parole, a bocca quasi aperta come una scema. Io pensavo la stessa cosa. Roteai gli occhi all’insù come e avessi a che fare con un bambino e al tempo stesso come se la bambina fossi io e sbuffand
o per la tensione mi alzai di scatto e con la valigia e borsa in mano gli urtai una gamba.
“Mister America faccia strada, non voglio essere motivo di danni permanenti alle sue gambe” ma che diavolo stavo facendo? Oddio.
Ed eccolo il sopracciglio alzato, di nuovo, ma il lato del labbro arricciato sorrideva.
Venti minuti dopo eravamo alla reception dell’hotel aspettando le chiavi delle camere, per tutto il tempo che salimmo in ascensore, che percorremo il corridoio non ci scambiammo nemmeno una parola, e io, bhe io mi sentivo più vecchia di 20 anni, o meglio mi sentivo la donna di 32 anni che ero, ma non sicura di cosa lui si stesse aspettando da me e se io fossi disposta a darglielo. Davanti alle relative porte con le chiavi in mano ci fermammo un attimo, un lunghissimo e imbarazzante attimo ed ecco che i suoi modi da cavaliere riemersero, abbozzo un inchino in avanti e ridacchiando mi sganciò un sorriso bellissimo.
“La lascio alle sue stanze Milady e le auguro i migliori di questi sogni”.
Come faceva a fare sempre la cosa perfetta nel momento giusto e da che era arrivava?
Risposi con un cenno del capo e a mia volta lo segui nel gioco inchinandomi e sorridendo ampiamente. Era senza dubbio la cosa più anomala che mi fosse mai accaduta e stava accadendo a me. A metà tra dentro e fuori dalla stanza mi augurò la buona notte un’altra volta e quando gli risposi richiusi la mia, senti la sua sbattere e d’istinto girai la chiave rimanendo a guardarla per attimi infiniti.

lunedì 10 novembre 2014

Al di là dell'oceano

CAPITOLO 1
Osservavo il bicchiere di carta e la scritta Starbucks, provai centinaia di volte a portarmene a casa uno per ricordo, come prova che ero stata dove volevo. Sorrisi sorseggiando quel lunghissimo caffè all’americana e scossi la testa divertita alla vista del mio passaporto appoggiato sul tavolino, bhe magari quello era una prova più tangibile del mio girovagare, ma il bicchiere era di gran lunga pi divertente da mostrare.
Alzai lo sguardo dal portatile e mi guardai attorno, valigie, famiglie in partenza o magari di ritorno; coppie in viaggio di nozze con le fedi scintillanti al dito. D’istinto osservai la mia mano sinistra e accarezzai delicatamente l’anulare, sentivo ancora sotto le dita il callo che la fede mi aveva lasciato dopo 13 anni. Ma il dito era adesso vuoto.
Potrei dilungarmi nel raccontare che mi ero sposata giovane e che avevo avuto una adolescenza non usuale, giusto per usare un termine generico, potrei dire che volevo andarmene di casa ad ogni costo e cocciuta e testarda come sempre non avevo guardato in faccia nessuno e a 22 anni ero perfetta moglie e donna di casa. Nessuna aspirazione professionale, nessun hobby particolare, ma allora sembrava perfetto cosi com’era o almeno era l’esempio che avevo visto da mia nonna e da mia madre e dalle mie amiche e dalle mie cugine. Italiana con una vena di sangue spagnolo non ci si poteva aspettare altro che una vita da seguire da prendere ad esempio come tutte le altre. Già.. ma io non ero mai stata molto brava a seguire gli schemi, mai stata molto brava a fare da modello, ebbi il mio primo concerto a 14 anni a Monaco, fuggita di casa in treno per vedere Michael Jackson. Andata e ritorno e nessuno se ne era mai accorto. Ma la mia natura, quell’io interiore che vestiva jeans strappati e all stars a 32 anni non si accontentava di una vacanza all’anno al mare e della festa dell’ultimo dell’anno con gli amici, e anche se mi era stato insegnato che la vita è fatta delle piccole cose, non riusciva mai a bastarmi, non ero in grado di essere felice per quello che avevo. Anno dopo anno, una battaglia dopo l’altra con me stessa, quella che ero spuntò fuori e nemmeno tanto lentamente, ma piuttosto con un tumulto e con una rabbia vorace di vita che mi trascino dentro.  Ero separata da un anno e non posso dire che non fosse stato doloroso, soprattutto per le mie figlie, due piccoli angeli che non chiedevano altro che avere un padre e una madre, ma io non ci ero riuscita, non potevo più condividere la vita con qualcuno che non amavo e contro tutto e tutti decisi per me e per lui. Ma questa è davvero un'altra storia che non ha motivo di essere raccontata perché è un passato che sta bene dove stà. I ricordi tornavano sempre e i dubbi pure, le famiglie felici e i baci dolci delle coppie, le loro mani strette mi stringevano il respiro, ma io ero quello che ero. Volsi lo sguardo alle enormi vetrate che davano su una tangenziale e parte dell’aereoporto, pioveva e parecchio. Ma a me piaceva. Lasciando incautamente incustoditi i miei bagagli e le mie cose mi avvicinai alla vetrata e osservai le macchine passare, le scritte e insegne stradali. Stavo meglio, molto meglio di quando ero partita, Londra fungeva sempre da medicina antidepressione per me, e ancora adesso non so darmi ne spiegazione ne motivazione alcuna del perché stare lontana dal mio paese mi aiutasse a superare i momenti difficili della mia vita. Erano circa le una e i brontoli del mio stomaco mi ricordarono che erano troppe ore che non mangiavo nulla, ma non lo facevo mai prima di viaggiare, girai la testa verso il tabellone e accanto al numero del mio volo e proprio vicino alla destinazione c’era scritto “FLIGHT CANCELLED”. Rimasi qualche minuto ad osservare lo schermo e a sperare intimamente e intensamente che i miei occhi avessero sbagliato riga o che chiunque ci fosse dietro a i bottoni di quello schermo si fosse sbagliato. Dopo aver deciso che non vi era errore alcuno e che nulla avrebbe riavvolto il tempo e sistemato il problema mi diressi verso i miei bagagli e mi sedetti sorseggiando ancora il caffe che nel frattempo da bollente era diventato bevibile. Rimasi a fissare lo schermo spento del computer prima di decidermi a fare qualcosa. Lo riposi nella valigia con il libro e la giacca, raccolsi tutte le mie cose e mi avviai al banco informazioni, se avessi disposto di piu soldi e nessuna ragione per tornare quella era la scusa perfetta per rimandare, rimandare ancora e ancora, ma avevo una ragione di sei anni ad aspettarmi e una famiglia che sperava sempre che rinsavissi. La hostess parlava e parlava e con larghi e sostanziosi finti sorrisi cercava di indorarmi la pillola, ma le uniche scelte che avevo erano o di pagare una enorme differenza per prendere il volo Alitalia successivo oppure senza spendere un euro avrei potuto  viaggiare il giorno dopo alla stessa ora.
“Assurdo, non ho un posto dove stare stanotte e sono solo a tre ore di volo da casa, la compagnia in questi casi non prevede il pagamento di un albergo” lo speravo considerato che non mi era rimasto molto in tasca.
“mi dispiace ma lei non ha pagato per l’assicurazione integrativa e non è previsto nessun benefit a riguardo” la hostess sembrava godere del mio disagio. Blah
Ma scherziamo, trenta euro di volo e quarantacinque di assicurazone, però adesso ero bloccata in aereoporto per 24 ore.
Le voltai le spalle non sapendo se dirigermi verso il ristorante che aveva le poltrone o se uscire dall’aereoporto a fumare.
“Posso concederle un pass nella sala d’attesa dei voli internazionali, di più non posso” forse le avevo fatto pena e quando mi girai a guardarla sventolava sorridente un bigliettino bianco.
“Grazie credo che ci dovro passare la notte” le risposi infilandomi il biglietto nella tasca posteriore dei jeans e tornarndo al mio dilemma maggiore. Che faccio il resto del giorno con solo venti sterline in tasca, devo pur mangiare.
Optai per una sigaretta seduta sulla mia valigia, almeno cosi venti minuti sarebbero passati, tra raggiungere l’uscita e rientrare, e poi?? Erano le due del pomeriggio e altre 23 ore li dentro mi avrebbero fatto pensare troppo, per troppo tempo. Osservai il cellulare, scorsi i messaggi di facebook in cerca di qualcuno con cui parlare e mi accorsi che la batteria si stava esaurendo, il portatile era gia andato e adesso anche il telefono. Eppure doveva esserci un sistema per ricaricarli. Fumai la sigaretta quasi sotto la pioggia pensando ad una soluzione quando il mio telefono vibrò, scorsi le notifiche e qualcuno aveva commentato un pezzo che avevo postato in un gruppo di scrittura. Da  un paio di anni stavo cercando il coraggio di pubblicare una storia e andavo vagando per siti in cerca di approvazione, era l’ultimo dei mie sogni segreti e non ero pronta a lasciarlo andare. Era l’ultima speranza di cambiare la mia vita, di darle quel senso che andavo cercando, per cui rimandavo e rimandavo terrorizzata che non sarebbe successo. La speranza era meglio della sconfitta.
Lessi il commento e mi lasciò senza parole. La cenere della sigaretta mi bruciò le dita perché me ne dimenticai completamente, lo lessi ancora e ancora e ancora fino ad essere pienamente caricata da quelle parole. Lo aveva scritto un uomo, usava un nick e non il suo vero nome e non commentava spesso, tutti lo cercavano e gli volevano parlare, credo fosse uno scrittore o qualcosa del genere. Personalmente avevo avuto qualche rara occasione di “chattare” con lui ed era sempre stato molto gentile e mi aveva sempre dato consigli perfetti, perfetti per quello che cercavo. Approvazione, motivazione e coraggio. Non aveva mai mosso critica sulle poche cose che avevo scritto e questa volta, solo questa singola volta si era azzardato a continuare il racconto dal suo punto di vista, e mi aveva spiazzata, lasciata senza parola alcune perché non avrei saputo fare di meglio e per assurdo era esattamente come stavo continuando quella parte del racconto.
Risposi a mia volta con una sola parola, sperando che ne cogliesse il senso e non so perché. Scrissi solo “Ireland”, luogo da dove veniva la leggenda che stavo usando per il racconto, i miei occhi si illuminarono pochi istanti dopo sentendo il telefono vibrare nella mia tasca mentre mi incamminavo verso la zona ristoranti dell’aereporto, mi sentivo una bambina ed era assolutamente ridicolo ma non vedevo l’ora di scendere dalla scala mobile per guardare il telefono.
La fortuna mi marcava stretto quel giorno, e infatti non appena presi il cellulare, mi si spense tra le mani. I miei pensieri erano solo miei ma le imprecazioni che stavo urlando dentro di me credo si potessero tranquillamente vedere nei miei occhi mentre, sconsolata come un cane abbandonato mi sedevo di nuovo al bar optando per un frullato e cercando alla disperata un modo per caricare almeno una delle due cose che avrebbe mi evitato la follia fino al giorno dopo. Solo allora mi ricordai del pass per la sala d’attesa voli internazionali, e letteralmente volai verso l’entrata. Ci passai davanti e attorno un paio di volte prima di trovare la porta, poltrone grigie di stoffa probabilmente vecchie di almeno dieci anni, ma tenute bene, una signorina piu simile ad una modella che a una hostess stava sulla porta, alle sue spalle uno dei tre schermi che erano accesi nella stanza, tutti e tre su news o notizie di borsa, roteai gli occhi tra me e me pensando che non avevo scelta, o cosi o peggio. Controllo il mio nome sulla carta d’identità e fece una telefonata prima di concedermi di entrare, la temperatura era leggermente piu calda del resto dell’aereporto e profumava di deodorante e di valigie, quel particolare odore che ha la pelle mista a tabacco e armadio chiuso, e per me era profumo, l’odore del viaggio.
Fece un passo indietro e un sorriso condendomi cosi di accomodarmi nella sala. Ero effettivamente un po’ fuori luogo, due uomini in giacca e cravatta seduti uno accanto all’altro controllavano i palmari e si scambiavano solo singole parole sottovoce, una donna vestita da capo a piedi da lous vuitton leggeva il Times e controllava l’orologio ogni due secondi, Una coppia dormiva appoggiata uno alla spalla dell’altro, anche loro fedi d’oro spendente, un uomo sorrideva e scriveva al portatile, ma non era un incravattato come li chiamo io, portava jeans scuri e una camicia a righe blu e bianca, teneva le gambe piegate che amalapena trovavano spazio, doveva essere più alto del metro e novanta, capelli tra il biondo e il cenere, ma la cosa che mi colpiva di lui era il sorriso semplice e spontaneo che aveva stampato sul viso. Analizzando il posto scelsi una poltrona lontano dagli altri, al alto opposto di dove sedevano la coppia e l’uomo sorridente. Accomondando le valigie il mio animo saltò la corda a pie pari e battè le mani, fù la vista delle spine a terra accanto alla poltrona che fece la magia. Collegai subito il computer e mi immersi nella pagine di facebook per cercare qualche amica e passare in quel modo un po di tempo; una notifica ancora lampeggiava in alto dello schermo e allora mi ricordai, il commento, “legend” diceva e il mio cuore esultò di emozione, sapeva, lui sapeva e dall’emozione passai alla paura. E se mi avesse rubato l’idea? Oddio! Ma aveva aggiunto storia alla storia, avrei potuto fare lo stesso in effetti, cosi mentre i miei occhi vagavano sulla moquette cercavo una risposta intelligente da lasciare. Mi ci vollero dieci minuti buoni e  ancora non ne ero convinta, ma la postai lo stesso, sperando, in non so cosa ma sperando. Pochi secondi dopo il cellurare dell’uomo con la camicia a righe si mise a vibrare e dopo averlo guardato riapri il portatile che aveva appoggiato sulla poltrona al suo fianco, stava mangiando patatine e sbriciolava dappertutto come un bambino. Masticando abbozzo un sorriso e le sue dita presero a digitare a una velocità impressionante, e non si fermò per due minuti, lascio il computer aperto sul bordo della sua poltrona e quella di fianco ritornando alle sue patatine. Avevo l’aquolina in bocca e l’odore delle patatine arrivava dritto dritto su per le mie narici e poi giu alla bocca dello stomaco che evidentemente non si era saziato con il frullato.
Scorrevo su e giu la pagina principale di facebook sperando che qualcuna delle mie amiche piu strette facesse capolino ma era giovedi e stavano evidentemente tutte lavorando e a dire tutta la verità per come avevo impostato la mia vita in quel periodo non è che io abbondassi di amiche in italia, avevo preso una certa distanza per cui era solo Mea Culpa.
Adagiai la testa alla poltrona, scivolando con il corpo tutto in avanti, chiusi gli occhi per qualche secondo e tutto quello che sentivo erano le dita di uno dei due incravattati digitare sul palmare, la donna tossire o sospirare non lo so e la bocca dell’uomo sorridente masticare e fare un gran baccano. Un lato della mia bocca si piegò in quello che poteva essere un sorriso, quel rumore mi ricordava mia figlia alle prese con il cibo, e per tutta risposta sospirai rumorosamente. D’istinto mi guardai attorno come se fosse una cosa non permessa in quel posto ma nessuno mi stava prestando attenzione, cosi mi rialzai accomodandomi decentemente sulla mia seduta e con la coda dell’occhio notai una notifica. Aveva risposto e stupito come la volta precedente, e adesso ero in difficoltà, non capivo se stava flirtando o se mi stavo facendo paranoie da single, e il giochetto durò almeno un'altra ora e come una stupida mi accorsi che frase dopo frase, stavo sorridendo. Infilai le cuffie per isolarmi dal mondo e complice della musica e dell’aria rarefatta di quella sala mi addormentai, credo in tutto solo per venti minuti, ma sufficienti perché al mio risveglio la sala avesse assunto un altro aspetto. La coppia di incravattati era sparita,  la donna elegante consumava un misero pranzo composto da una ciotola perconfezionata di frutta e un biscotto, della felice coppietta era rimasto solo il marito intento a controllare la carta di imbarco, notai la scritta New York, l’uomo sorridente era sparito.
Sotto ad uno degli schermi si segnalava la presenza di telecamere nella sala e del servizio di sorveglianza degli oggetti personali cosi con il portafoglio in mano mi diressi verso il ristorante, passai davanti a lunghe code di persone in fila per ritirare biglietti di imbarco, altre con il mento alzato a guardare gli aerei in arrivo in attesa di qualcuno. Fuori si era fatto buio e dovevano essere le quattro passate ormai. Mi accodai ad una decina di persone ad un bar per ordinare un altro caffè, ma la mia mente non c’era, non era li, vagava e lo faceva spesso e mi metteva una gran confusione dentro. Non so dove andasse ma so solo che quando tornava avevo un gran vuoto. Scossi la testa per cercare di riportarmi al presente e pensando di essere rimasta impalata per qualche secondo di troppo mi affrettai a fare qualche passo in avanti. La mai faccia e il mio petto si schiantarono letteralmente contro qualcosa e alzando la testa ancora e ancora arrivai alla vista di una nuca che lentamente si girava.
“o mio Dio mi dispiace, sono addormentata oggi, chiedo scusa” figuraccia da manuale.
“Ho le spalle abbastanza grandi da poterla sopportare Signorina” rispose in quel particolare accento che da solo bastava a rimescolare tutti i pensieri, una voce gentile con tono divertito usci dalla bocca dell’uomo sorridente che davanti a me ora in piedi mostrava tutta la sua altezza.
“direi di si anche se non era previsto che lei dovesse farlo” mi dovetti coprire la bocca per nascondere una risata improvvisa. Il suo viso sorrideva e le sua bocca pure mentre mi guardava dall’alto, mi stavo sentendo un lillipuziano in un romando dei fratelli Grimm, ma al tempo stesso Alice che parlava con lo Stregatto.
“niente naso rotto, costole incrinate o altre lesioni interne?” alzò un sopracciglio chiaramente prendendomi in giro.
“in effetti ho sentito qualcosa fare crack e se domani mattina riuscirò ancora  a respirare e camminare vorrà dire che nulla di importante si è rotto” ripresi posto in fila guardando avanti cercando di capire quante persone aveva davanti.
Mi parò una mano davanti e dovetti arretrare di un paio di passo prima di capire che mi offriva il suo saluto.
“piacere, sono Lee Eric …., uno yankee e se permette vorrei offrirle un caffè come risarcimento per qualsiasi cosa si sia rotta” riecco quell’accento e non so dove e come ma faceva un effetto dentro, sapeva di famigliare, di benvenuto. Magari un po’ di quella famosa magia Americana di cui tutti parlano.
“non ce n’è bisogno ma grazie, credo che prenderò un te e mi rintanero in qualche lettura sul mio computer” mi fece passare avanti a lui con un elegante cenno della mano e non mi voltai più se non per un cortese saluto con il capo quando passai oltre per tornare alla sala d’aspetto. Camminando nel salone guardai ancora verso le vetrate e non aveva ancora smesso di piovere, il buio ormai era sceso facendo di un pomeriggio una notte lunghissima.
Una volta nella sala e sulla mia poltrona mi immersi in un libro e misi sotto carica il mio cellulare lasciandolo acceso nella speranza che qualcuno si facesse sentire. Iniziavo a sentirmi sola.
Dopo pochi istanti l’uomo sorridente fece capolino dalla porta sorreggendo un vassoio con due bicchieri e alcune confezioni di cartone, biscotti e un panino, riprese anchesso posto e nascose la sua mente nel computer, ma solo dopo aver accennato un saluto con gli occhi, risposi sorridendo e mi voltai con tutta l’intenzione di far capire che non volevo essere disturbata.
Ero completamente immersa in una storia assurda che parlava di angeli a di amore infinito, di quell’amore che non finisce nemmeno dopo la morte, e come tutte le volte le lacrime si preparavano alle porte degli occhi, mi guardai attorno ancora una volta e per mia fortuna nessuno guardava. A riportarmi alla realtà fu il mio telefono che segnalò un'altra notifica su facebook. Ancora lui, lo scrittore virtuale e ancora una volta mi lasciò a cercare risposta per un bel po’, qualsiasi cosa scriveva era esattamente quello che io avrei detto subito dopo, prevedeva le risposte e mi incalzava le risposte. Ma come diavolo faceva?
Risi tra me e me e risposi con solo poche semplici parole “dove hai nascosco la telecamera?” riposi il telefono nella borsa e tornai a nascondermi nel mio libro.
Saltai letteralmente dalla sedia più o meno dieci secondi dopo quando il gigante buono riempì la sala con una violenta risata. Lo guardai e sorrideva al computer e sembrava rapito come me da un piccolo mondo solo suo, digitava e non smetteva di ridere.
Ancora il mio telefono, e prima ancora di aprirlo sapevo e dentro gioivo come una ragazzina. Staccai la spina della carica e posi il telefono in grembo convincendo me stessa che era meglio leggere, che non avevo letto chiaramente l’ultima cosa che mi aveva scritto. Scorgevo le righe del libro e leggevo tecnicamente ma il senso delle parole mi passava davanti senza senso alcuno perché la mia mente era impegnata in qualcos’altro. Aveva chiesto di vedere il viso di chi stava parlando con lui. Ma insomma adesso era assurdo, mi chi sei?? Non si facevano certe cose, non si poteva, ma poi perché no? Non c’era nulla di male e come lui mi nascondevo dietro a un falso nick per evitare che persone vicine alla mia famiglia leggessero quello che scrivevo, era il mio io più vero e non ero pronta  condividerlo, non erano pronti a vedermi davvero. Ma lui non era vicino e poi mi stava facendo sorridere. Cercai tra e mie foto quella che mi piaceva di più e prima che potessi ripensarci la inviai sulla sua posta privata. Da quel momento silenzio per quello che mi sembro un secolo e cosi mi sforzai di leggere e non pensare, leggere e nascondermi, leggere e pensare che era andato a fare qualcosa d’altro.
Dopo un tempo lunghissimo che mi diede la possibilità di prestare finalmente attenzione alla storia di angeli la seduta accanto si mosse. Mi riaccomodai e rapita dal punto saliente del racconto non alzai nemmeno lo sguardo.
“Piacere Miss Angel, sono Mister American Nights”
Il mio cervello ci impiegò non pochi secondi ad elaborare che il mio telefono non poteva parlare e che la mia mente non era impazzita a tal punto da inventarsi le risposte ne tanto meno le voci.
A metà tra la vergogna e lo sgomento mi girai vero la voce e trovai di nuovo la mano tesa, una mano enorme e più in alto ancora quel sorriso, che adesso era diverso o lo disegnavo io cosi.
Meccanicamente, istintivamente e senza parola alcuna strinsi quella mano e rimasi a fissare il blu di due occhi che non avevo notato fino ad allora.
“nome più che azzeccato ma la foto non le rende giustizia” il tono della voce era cambiato, si era addolcito, aveva raggiunto note profonde che, lo so, davano dei piccoli brividi lungo le braccia.
Con la mano stretta nella sua rimasi a fissarlo, il bordo del lato delle mie labbra si arriciò in un timido sorriso e sentivo le guance avvampare senza motivo. Il mio cuore saltò un battito tanto che dovetti sospirare rumorosamente per calmarlo, e la calma durò poco. Pochi secondi dentro a quegli occhi blu come l’oceano ed ero completamente persa, immobile e senza ne fiato ne voce davanti ad un perfetto sconosciuto che forse mi conosceva più di chiunque altro al mondo in quel momento, aveva letto di me e di quello che ero dentro e lo aveva capito. Ma ero impazzita o cosa, ero talmente sola che alcune parole ben assestate mi facevano quell’effetto? Ma dico avevo bevuto qualche droga o respirato qualche gas.. ma.. ma lui era li seduto accanto a me quando avrebbe dovuto essere migliaia a migliaia di kilometri di distanza, e tra tutte le persone su questa terra in questo esatto giorno eravamo nello stesso posto. E alla fine si ero persa e intrappolata nella sua mano e nelle sue iridi che continuavano a osservarmi oltre gli occhi.
Era il 4 marzo 2009
 

Welcome...

Mi chiedo quanto sia lecito mostrare una cosa privata? A chi spetta la clausola di proprietà del proprio privato, e se io come singolo individuo decido di mostrarlo è lecito che al popolo venga lasciato il libero arbitrio nel giudicarlo idoneo o no ad essere notato? La risposta è alla base della ruota che gira e tiene in vita il meccanismo della moderna società, e la facoltà di decidere se condividere o meno qualcosa è per fortuna ancora nelle nostre mani. 
Così mi ritrovo a decidere a 37 anni di voler condividere con chi ne avrà il tempo e la passione per farlo, alcune cose che ho scritto nell'arco della mia breve terrena esperienza, ovvero, senza complicati e antichi giri di parole, quel poco che le mia mente ha prodotto.
Siete le benvenute nei miei pensieri mescolati alla mie esperienze e/o fantasie.
Vi chiedo solo di approciarvi in punta di piedi essendo io scrittrice in punta di dita con umiltà e speranza.
Ogni commento sarà ben accetto e ogni suggerimento un preziosissimo aiuto.