CAPITOLO 1
Osservavo il
bicchiere di carta e la scritta Starbucks, provai centinaia di volte a
portarmene a casa uno per ricordo, come prova che ero stata dove volevo.
Sorrisi sorseggiando quel lunghissimo caffè all’americana e scossi la testa
divertita alla vista del mio passaporto appoggiato sul tavolino, bhe magari
quello era una prova più tangibile del mio girovagare, ma il bicchiere era di
gran lunga pi divertente da mostrare.
Alzai lo sguardo dal
portatile e mi guardai attorno, valigie, famiglie in partenza o magari di
ritorno; coppie in viaggio di nozze con le fedi scintillanti al dito. D’istinto
osservai la mia mano sinistra e accarezzai delicatamente l’anulare, sentivo ancora
sotto le dita il callo che la fede mi aveva lasciato dopo 13 anni. Ma il dito
era adesso vuoto.
Potrei dilungarmi
nel raccontare che mi ero sposata giovane e che avevo avuto una adolescenza non
usuale, giusto per usare un termine generico, potrei dire che volevo andarmene
di casa ad ogni costo e cocciuta e testarda come sempre non avevo guardato in
faccia nessuno e a 22 anni ero perfetta moglie e donna di casa. Nessuna
aspirazione professionale, nessun hobby particolare, ma allora sembrava
perfetto cosi com’era o almeno era l’esempio che avevo visto da mia nonna e da
mia madre e dalle mie amiche e dalle mie cugine. Italiana con una vena di
sangue spagnolo non ci si poteva aspettare altro che una vita da seguire da
prendere ad esempio come tutte le altre. Già.. ma io non ero mai stata molto
brava a seguire gli schemi, mai stata molto brava a fare da modello, ebbi il
mio primo concerto a 14 anni a Monaco, fuggita di casa in treno per vedere
Michael Jackson. Andata e ritorno e nessuno se ne era mai accorto. Ma la mia
natura, quell’io interiore che vestiva jeans strappati e all stars a 32 anni
non si accontentava di una vacanza all’anno al mare e della festa dell’ultimo
dell’anno con gli amici, e anche se mi era stato insegnato che la vita è fatta
delle piccole cose, non riusciva mai a bastarmi, non ero in grado di essere
felice per quello che avevo. Anno dopo anno, una battaglia dopo l’altra con me
stessa, quella che ero spuntò fuori e nemmeno tanto lentamente, ma piuttosto
con un tumulto e con una rabbia vorace di vita che mi trascino dentro. Ero separata da un anno e non posso
dire che non fosse stato doloroso, soprattutto per le mie figlie, due piccoli
angeli che non chiedevano altro che avere un padre e una madre, ma io non ci
ero riuscita, non potevo più condividere la vita con qualcuno che non amavo e
contro tutto e tutti decisi per me e per lui. Ma questa è davvero un'altra
storia che non ha motivo di essere raccontata perché è un passato che sta bene
dove stà. I ricordi tornavano sempre e i dubbi pure, le famiglie felici e i
baci dolci delle coppie, le loro mani strette mi stringevano il respiro, ma io
ero quello che ero. Volsi lo sguardo alle enormi vetrate che davano su una
tangenziale e parte dell’aereoporto, pioveva e parecchio. Ma a me piaceva.
Lasciando incautamente incustoditi i miei bagagli e le mie cose mi avvicinai
alla vetrata e osservai le macchine passare, le scritte e insegne stradali.
Stavo meglio, molto meglio di quando ero partita, Londra fungeva sempre da
medicina antidepressione per me, e ancora adesso non so darmi ne spiegazione ne
motivazione alcuna del perché stare lontana dal mio paese mi aiutasse a
superare i momenti difficili della mia vita. Erano circa le una e i brontoli
del mio stomaco mi ricordarono che erano troppe ore che non mangiavo nulla, ma
non lo facevo mai prima di viaggiare, girai la testa verso il tabellone e
accanto al numero del mio volo e proprio vicino alla destinazione c’era scritto
“FLIGHT CANCELLED”. Rimasi qualche minuto ad osservare lo schermo e a sperare
intimamente e intensamente che i miei occhi avessero sbagliato riga o che chiunque
ci fosse dietro a i bottoni di quello schermo si fosse sbagliato. Dopo aver
deciso che non vi era errore alcuno e che nulla avrebbe riavvolto il tempo e
sistemato il problema mi diressi verso i miei bagagli e mi sedetti sorseggiando
ancora il caffe che nel frattempo da bollente era diventato bevibile. Rimasi a
fissare lo schermo spento del computer prima di decidermi a fare qualcosa. Lo
riposi nella valigia con il libro e la giacca, raccolsi tutte le mie cose e mi
avviai al banco informazioni, se avessi disposto di piu soldi e nessuna ragione
per tornare quella era la scusa perfetta per rimandare, rimandare ancora e
ancora, ma avevo una ragione di sei anni ad aspettarmi e una famiglia che
sperava sempre che rinsavissi. La hostess parlava e parlava e con larghi e
sostanziosi finti sorrisi cercava di indorarmi la pillola, ma le uniche scelte
che avevo erano o di pagare una enorme differenza per prendere il volo Alitalia
successivo oppure senza spendere un euro avrei potuto viaggiare il giorno dopo alla stessa ora.
“Assurdo, non ho un
posto dove stare stanotte e sono solo a tre ore di volo da casa, la compagnia
in questi casi non prevede il pagamento di un albergo” lo speravo considerato
che non mi era rimasto molto in tasca.
“mi dispiace ma lei
non ha pagato per l’assicurazione integrativa e non è previsto nessun benefit a
riguardo” la hostess sembrava godere del mio disagio. Blah
Ma scherziamo,
trenta euro di volo e quarantacinque di assicurazone, però adesso ero bloccata
in aereoporto per 24 ore.
Le voltai le spalle
non sapendo se dirigermi verso il ristorante che aveva le poltrone o se uscire
dall’aereoporto a fumare.
“Posso concederle un
pass nella sala d’attesa dei voli internazionali, di più non posso” forse le
avevo fatto pena e quando mi girai a guardarla sventolava sorridente un
bigliettino bianco.
“Grazie credo che ci
dovro passare la notte” le risposi infilandomi il biglietto nella tasca
posteriore dei jeans e tornarndo al mio dilemma maggiore. Che faccio il resto
del giorno con solo venti sterline in tasca, devo pur mangiare.
Optai per una
sigaretta seduta sulla mia valigia, almeno cosi venti minuti sarebbero passati,
tra raggiungere l’uscita e rientrare, e poi?? Erano le due del pomeriggio e
altre 23 ore li dentro mi avrebbero fatto pensare troppo, per troppo tempo.
Osservai il cellulare, scorsi i messaggi di facebook in cerca di qualcuno con
cui parlare e mi accorsi che la batteria si stava esaurendo, il portatile era
gia andato e adesso anche il telefono. Eppure doveva esserci un sistema per
ricaricarli. Fumai la sigaretta quasi sotto la pioggia pensando ad una
soluzione quando il mio telefono vibrò, scorsi le notifiche e qualcuno aveva
commentato un pezzo che avevo postato in un gruppo di scrittura. Da un paio di anni stavo cercando il
coraggio di pubblicare una storia e andavo vagando per siti in cerca di
approvazione, era l’ultimo dei mie sogni segreti e non ero pronta a lasciarlo
andare. Era l’ultima speranza di cambiare la mia vita, di darle quel senso che
andavo cercando, per cui rimandavo e rimandavo terrorizzata che non sarebbe
successo. La speranza era meglio della sconfitta.
Lessi il commento e
mi lasciò senza parole. La cenere della sigaretta mi bruciò le dita perché me
ne dimenticai completamente, lo lessi ancora e ancora e ancora fino ad essere
pienamente caricata da quelle parole. Lo aveva scritto un uomo, usava un nick e
non il suo vero nome e non commentava spesso, tutti lo cercavano e gli volevano
parlare, credo fosse uno scrittore o qualcosa del genere. Personalmente avevo
avuto qualche rara occasione di “chattare” con lui ed era sempre stato molto
gentile e mi aveva sempre dato consigli perfetti, perfetti per quello che
cercavo. Approvazione, motivazione e coraggio. Non aveva mai mosso critica
sulle poche cose che avevo scritto e questa volta, solo questa singola volta si
era azzardato a continuare il racconto dal suo punto di vista, e mi aveva
spiazzata, lasciata senza parola alcune perché non avrei saputo fare di meglio
e per assurdo era esattamente come stavo continuando quella parte del racconto.
Risposi a mia volta
con una sola parola, sperando che ne cogliesse il senso e non so perché.
Scrissi solo “Ireland”, luogo da dove veniva la leggenda che stavo usando per
il racconto, i miei occhi si illuminarono pochi istanti dopo sentendo il
telefono vibrare nella mia tasca mentre mi incamminavo verso la zona ristoranti
dell’aereporto, mi sentivo una bambina ed era assolutamente ridicolo ma non
vedevo l’ora di scendere dalla scala mobile per guardare il telefono.
La fortuna mi
marcava stretto quel giorno, e infatti non appena presi il cellulare, mi si
spense tra le mani. I miei pensieri erano solo miei ma le imprecazioni che
stavo urlando dentro di me credo si potessero tranquillamente vedere nei miei
occhi mentre, sconsolata come un cane abbandonato mi sedevo di nuovo al bar optando
per un frullato e cercando alla disperata un modo per caricare almeno una delle
due cose che avrebbe mi evitato la follia fino al giorno dopo. Solo allora mi
ricordai del pass per la sala d’attesa voli internazionali, e letteralmente
volai verso l’entrata. Ci passai davanti e attorno un paio di volte prima di
trovare la porta, poltrone grigie di stoffa probabilmente vecchie di almeno
dieci anni, ma tenute bene, una signorina piu simile ad una modella che a una
hostess stava sulla porta, alle sue spalle uno dei tre schermi che erano accesi
nella stanza, tutti e tre su news o notizie di borsa, roteai gli occhi tra me e
me pensando che non avevo scelta, o cosi o peggio. Controllo il mio nome sulla
carta d’identità e fece una telefonata prima di concedermi di entrare, la
temperatura era leggermente piu calda del resto dell’aereporto e profumava di
deodorante e di valigie, quel particolare odore che ha la pelle mista a tabacco
e armadio chiuso, e per me era profumo, l’odore del viaggio.
Fece un passo
indietro e un sorriso condendomi cosi di accomodarmi nella sala. Ero
effettivamente un po’ fuori luogo, due uomini in giacca e cravatta seduti uno
accanto all’altro controllavano i palmari e si scambiavano solo singole parole
sottovoce, una donna vestita da capo a piedi da lous vuitton leggeva il Times e
controllava l’orologio ogni due secondi, Una coppia dormiva appoggiata uno alla
spalla dell’altro, anche loro fedi d’oro spendente, un uomo sorrideva e
scriveva al portatile, ma non era un incravattato come li chiamo io, portava
jeans scuri e una camicia a righe blu e bianca, teneva le gambe piegate che amalapena
trovavano spazio, doveva essere più alto del metro e novanta, capelli tra il
biondo e il cenere, ma la cosa che mi colpiva di lui era il sorriso semplice e
spontaneo che aveva stampato sul viso. Analizzando il posto scelsi una poltrona
lontano dagli altri, al alto opposto di dove sedevano la coppia e l’uomo sorridente.
Accomondando le valigie il mio animo saltò la corda a pie pari e battè le mani,
fù la vista delle spine a terra accanto alla poltrona che fece la magia.
Collegai subito il computer e mi immersi nella pagine di facebook per cercare
qualche amica e passare in quel modo un po di tempo; una notifica ancora
lampeggiava in alto dello schermo e allora mi ricordai, il commento, “legend”
diceva e il mio cuore esultò di emozione, sapeva, lui sapeva e dall’emozione
passai alla paura. E se mi avesse rubato l’idea? Oddio! Ma aveva aggiunto
storia alla storia, avrei potuto fare lo stesso in effetti, cosi mentre i miei
occhi vagavano sulla moquette cercavo una risposta intelligente da lasciare. Mi
ci vollero dieci minuti buoni e ancora non ne ero convinta, ma la postai lo stesso, sperando,
in non so cosa ma sperando. Pochi secondi dopo il cellurare dell’uomo con la
camicia a righe si mise a vibrare e dopo averlo guardato riapri il portatile
che aveva appoggiato sulla poltrona al suo fianco, stava mangiando patatine e
sbriciolava dappertutto come un bambino. Masticando abbozzo un sorriso e le sue
dita presero a digitare a una velocità impressionante, e non si fermò per due
minuti, lascio il computer aperto sul bordo della sua poltrona e quella di
fianco ritornando alle sue patatine. Avevo l’aquolina in bocca e l’odore delle
patatine arrivava dritto dritto su per le mie narici e poi giu alla bocca dello
stomaco che evidentemente non si era saziato con il frullato.
Scorrevo su e giu la
pagina principale di facebook sperando che qualcuna delle mie amiche piu
strette facesse capolino ma era giovedi e stavano evidentemente tutte lavorando
e a dire tutta la verità per come avevo impostato la mia vita in quel periodo
non è che io abbondassi di amiche in italia, avevo preso una certa distanza per
cui era solo Mea Culpa.
Adagiai la testa
alla poltrona, scivolando con il corpo tutto in avanti, chiusi gli occhi per
qualche secondo e tutto quello che sentivo erano le dita di uno dei due
incravattati digitare sul palmare, la donna tossire o sospirare non lo so e la
bocca dell’uomo sorridente masticare e fare un gran baccano. Un lato della mia
bocca si piegò in quello che poteva essere un sorriso, quel rumore mi ricordava
mia figlia alle prese con il cibo, e per tutta risposta sospirai rumorosamente.
D’istinto mi guardai attorno come se fosse una cosa non permessa in quel posto
ma nessuno mi stava prestando attenzione, cosi mi rialzai accomodandomi
decentemente sulla mia seduta e con la coda dell’occhio notai una notifica. Aveva
risposto e stupito come la volta precedente, e adesso ero in difficoltà, non
capivo se stava flirtando o se mi stavo facendo paranoie da single, e il
giochetto durò almeno un'altra ora e come una stupida mi accorsi che frase dopo
frase, stavo sorridendo. Infilai le cuffie per isolarmi dal mondo e complice
della musica e dell’aria rarefatta di quella sala mi addormentai, credo in
tutto solo per venti minuti, ma sufficienti perché al mio risveglio la sala
avesse assunto un altro aspetto. La coppia di incravattati era sparita, la donna elegante consumava un misero
pranzo composto da una ciotola perconfezionata di frutta e un biscotto, della
felice coppietta era rimasto solo il marito intento a controllare la carta di
imbarco, notai la scritta New York, l’uomo sorridente era sparito.
Sotto ad uno degli
schermi si segnalava la presenza di telecamere nella sala e del servizio di
sorveglianza degli oggetti personali cosi con il portafoglio in mano mi diressi
verso il ristorante, passai davanti a lunghe code di persone in fila per
ritirare biglietti di imbarco, altre con il mento alzato a guardare gli aerei
in arrivo in attesa di qualcuno. Fuori si era fatto buio e dovevano essere le
quattro passate ormai. Mi accodai ad una decina di persone ad un bar per
ordinare un altro caffè, ma la mia mente non c’era, non era li, vagava e lo
faceva spesso e mi metteva una gran confusione dentro. Non so dove andasse ma
so solo che quando tornava avevo un gran vuoto. Scossi la testa per cercare di
riportarmi al presente e pensando di essere rimasta impalata per qualche
secondo di troppo mi affrettai a fare qualche passo in avanti. La mai faccia e
il mio petto si schiantarono letteralmente contro qualcosa e alzando la testa
ancora e ancora arrivai alla vista di una nuca che lentamente si girava.
“o mio Dio mi
dispiace, sono addormentata oggi, chiedo scusa” figuraccia da manuale.
“Ho le spalle
abbastanza grandi da poterla sopportare Signorina” rispose in quel particolare
accento che da solo bastava a rimescolare tutti i pensieri, una voce gentile
con tono divertito usci dalla bocca dell’uomo sorridente che davanti a me ora
in piedi mostrava tutta la sua altezza.
“direi di si anche
se non era previsto che lei dovesse farlo” mi dovetti coprire la bocca per
nascondere una risata improvvisa. Il suo viso sorrideva e le sua bocca pure
mentre mi guardava dall’alto, mi stavo sentendo un lillipuziano in un romando
dei fratelli Grimm, ma al tempo stesso Alice che parlava con lo Stregatto.
“niente naso rotto,
costole incrinate o altre lesioni interne?” alzò un sopracciglio chiaramente
prendendomi in giro.
“in effetti ho
sentito qualcosa fare crack e se domani mattina riuscirò ancora a respirare e camminare vorrà dire che
nulla di importante si è rotto” ripresi posto in fila guardando avanti cercando
di capire quante persone aveva davanti.
Mi parò una mano
davanti e dovetti arretrare di un paio di passo prima di capire che mi offriva
il suo saluto.
“piacere, sono Lee
Eric …., uno yankee e se permette vorrei offrirle un caffè come risarcimento
per qualsiasi cosa si sia rotta” riecco quell’accento e non so dove e come ma
faceva un effetto dentro, sapeva di famigliare, di benvenuto. Magari un po’ di
quella famosa magia Americana di cui tutti parlano.
“non ce n’è bisogno
ma grazie, credo che prenderò un te e mi rintanero in qualche lettura sul mio
computer” mi fece passare avanti a lui con un elegante cenno della mano e non
mi voltai più se non per un cortese saluto con il capo quando passai oltre per
tornare alla sala d’aspetto. Camminando nel salone guardai ancora verso le
vetrate e non aveva ancora smesso di piovere, il buio ormai era sceso facendo
di un pomeriggio una notte lunghissima.
Una volta nella sala
e sulla mia poltrona mi immersi in un libro e misi sotto carica il mio cellulare
lasciandolo acceso nella speranza che qualcuno si facesse sentire. Iniziavo a
sentirmi sola.
Dopo pochi istanti
l’uomo sorridente fece capolino dalla porta sorreggendo un vassoio con due
bicchieri e alcune confezioni di cartone, biscotti e un panino, riprese anchesso
posto e nascose la sua mente nel computer, ma solo dopo aver accennato un
saluto con gli occhi, risposi sorridendo e mi voltai con tutta l’intenzione di
far capire che non volevo essere disturbata.
Ero completamente
immersa in una storia assurda che parlava di angeli a di amore infinito, di
quell’amore che non finisce nemmeno dopo la morte, e come tutte le volte le
lacrime si preparavano alle porte degli occhi, mi guardai attorno ancora una
volta e per mia fortuna nessuno guardava. A riportarmi alla realtà fu il mio
telefono che segnalò un'altra notifica su facebook. Ancora lui, lo scrittore
virtuale e ancora una volta mi lasciò a cercare risposta per un bel po’,
qualsiasi cosa scriveva era esattamente quello che io avrei detto subito dopo, prevedeva
le risposte e mi incalzava le risposte. Ma come diavolo faceva?
Risi tra me e me e
risposi con solo poche semplici parole “dove hai nascosco la telecamera?”
riposi il telefono nella borsa e tornai a nascondermi nel mio libro.
Saltai letteralmente
dalla sedia più o meno dieci secondi dopo quando il gigante buono riempì la
sala con una violenta risata. Lo guardai e sorrideva al computer e sembrava
rapito come me da un piccolo mondo solo suo, digitava e non smetteva di ridere.
Ancora il mio
telefono, e prima ancora di aprirlo sapevo e dentro gioivo come una ragazzina.
Staccai la spina della carica e posi il telefono in grembo convincendo me
stessa che era meglio leggere, che non avevo letto chiaramente l’ultima cosa
che mi aveva scritto. Scorgevo le righe del libro e leggevo tecnicamente ma il
senso delle parole mi passava davanti senza senso alcuno perché la mia mente
era impegnata in qualcos’altro. Aveva chiesto di vedere il viso di chi stava
parlando con lui. Ma insomma adesso era assurdo, mi chi sei?? Non si facevano
certe cose, non si poteva, ma poi perché no? Non c’era nulla di male e come lui
mi nascondevo dietro a un falso nick per evitare che persone vicine alla mia
famiglia leggessero quello che scrivevo, era il mio io più vero e non ero pronta condividerlo, non erano pronti a
vedermi davvero. Ma lui non era vicino e poi mi stava facendo sorridere. Cercai
tra e mie foto quella che mi piaceva di più e prima che potessi ripensarci la
inviai sulla sua posta privata. Da quel momento silenzio per quello che mi
sembro un secolo e cosi mi sforzai di leggere e non pensare, leggere e
nascondermi, leggere e pensare che era andato a fare qualcosa d’altro.
Dopo un tempo
lunghissimo che mi diede la possibilità di prestare finalmente attenzione alla
storia di angeli la seduta accanto si mosse. Mi riaccomodai e rapita dal punto
saliente del racconto non alzai nemmeno lo sguardo.
“Piacere Miss Angel,
sono Mister American Nights”
Il mio cervello ci
impiegò non pochi secondi ad elaborare che il mio telefono non poteva parlare e
che la mia mente non era impazzita a tal punto da inventarsi le risposte ne
tanto meno le voci.
A metà tra la
vergogna e lo sgomento mi girai vero la voce e trovai di nuovo la mano tesa,
una mano enorme e più in alto ancora quel sorriso, che adesso era diverso o lo
disegnavo io cosi.
Meccanicamente,
istintivamente e senza parola alcuna strinsi quella mano e rimasi a fissare il
blu di due occhi che non avevo notato fino ad allora.
“nome più che
azzeccato ma la foto non le rende giustizia” il tono della voce era cambiato,
si era addolcito, aveva raggiunto note profonde che, lo so, davano dei piccoli
brividi lungo le braccia.
Con la mano stretta
nella sua rimasi a fissarlo, il bordo del lato delle mie labbra si arriciò in
un timido sorriso e sentivo le guance avvampare senza motivo. Il mio cuore
saltò un battito tanto che dovetti sospirare rumorosamente per calmarlo, e la
calma durò poco. Pochi secondi dentro a quegli occhi blu come l’oceano ed ero
completamente persa, immobile e senza ne fiato ne voce davanti ad un perfetto
sconosciuto che forse mi conosceva più di chiunque altro al mondo in quel
momento, aveva letto di me e di quello che ero dentro e lo aveva capito. Ma ero
impazzita o cosa, ero talmente sola che alcune parole ben assestate mi facevano
quell’effetto? Ma dico avevo bevuto qualche droga o respirato qualche gas..
ma.. ma lui era li seduto accanto a me quando avrebbe dovuto essere migliaia a
migliaia di kilometri di distanza, e tra tutte le persone su questa terra in
questo esatto giorno eravamo nello stesso posto. E alla fine si ero persa e
intrappolata nella sua mano e nelle sue iridi che continuavano a osservarmi
oltre gli occhi.
Era il 4 marzo 2009